METAFORA

Questo spazio è stato pensato per essere riservato alla narrativa dei lettori, ma non ho resistito all’inserire questa che è stata una lunga riflessione durante un percorso solitario sulle strade della Alta Provenza. Spero siate indulgenti con questo mio conflitto di interessi e che, comunque, possiate, magari, riconoscervi almeno un pochino in questi pensieri…

Paolo Bastoni

La ruota scorre sulla strada.
La striscia bianca – ma non sempre c’è – so che fa lo zig zag sulla visiera tecnologica del mio casco.
Una piega. Un’altra piega. La centomiliardesimaequattrocentoventunesima piega (complimenti signore, lei ha vinto la bambolina piegolina!).
Tornante dopo tornante i chilometri della tappa odierna scivolano sotto la mia moto.
Sono solo. Il sellone del passeggero è vuoto. La mia mente no.
Allora parlo, e non solo mentalmente come – credo! – siano in molti tra la gente “normale” a fare, no, io parlo ad alta voce, tanto “so” che c’è chi mi ascolta.
Commento ciò che vedo, con moti di entusiasmo, qualche volta tiro qualche accidente a qualche automobilizzato che si allarga un po’ troppo sulla mia corsia rischiando di realizzare un motociclista-graffito sui tornanti che portano a questo passo.
Più spesso commento quello che mi passa nell’anima. Come se quel sellone non fosse vuoto.
Una piega. Un’altra piega. No, non corro, anzi: sento anche dall’interno del casco il motore salire di giri per la marcia bassa che, fideisticamente, mi dà maggior potenza e maggior trazione nelle curve aumentando così la forza – il cui nome fisico non ricordo dai tempi del liceo – che mi tiene appiccicato all’asfalto anziché farmi fare un bel ruzzolone per terra. E ringrazio questa forza anonima. Per il fatto che mi stia facendo divertire.
E per il fatto che non mi stia lasciando ruzzolare, miseramente, a terra.
Io credo che ogni motociclista sia diviso tra due desideri: da un lato il provare la bontà della propria scelta quando ha effettuato l’acquisto del casco, “il migliore del mondo”. E da un altro il desiderio – molto più sano! – di non aver mai modo di provarne la qualità.
E io non sono immune da questi due pensieri.
La strada si snoda, ora si inizia a salire per davvero, passo accanto ad immobili ciclisti (tutto è relativo, penso) e mando loro un muto incoraggiamento.
E continuo a commentare a voce alta con il mio sellone posteriore vuoto-che-vuoto-non-è.
In effetti, in questa corsa, in questo sole, in quest’aria frizzante così lontana da quella della città abbandonata solo ventiquattr’ore prima, in questo momento quasi perfetto, qualcosa di imperfetto c’è.
Ed è proprio quel sellone vuoto.
Che, aldilà delle mie chiacchierate (e, a volte, delle risposte immaginate), so davvero essere vuoto.
E il mio cuore è come un serbatoio cui manchi la benzina, e, per una volta, la benzina sarebbe dovuta essere seduta dietro a me, nel vento anche lei.
Salgo. La riga bianca ogni tanto c’è, ogni tanto non c’è. Mi sembra di vedere, nella strada che mi scorre davanti, il suo sorriso, la sua risata allegra e aperta che a volte maschera una tristezza alla quale non vuol lasciar strada.
Come l’auto davanti a me che si tiene rigorosamente in mezzo alla strada, accelerando, nei punti nei quali potrei sorpassarla senza problemi.
Un’abitudine che mi piace. No, non quella del sorpasso impedito, quella, al contrario, del ringraziamento, con il piedino che si sporge, all’automobilizzato che, conscio del diverso spunto che può avere una moto, cortesemente ci lascia strada. E devo dire che da queste parti ce ne sono molti.
Invece al tizio davanti a me, inscatolato in una delle più ordinarie scatole a quattroruote che il mercato proponga (a me piacciono le auto, ma ora mi sento montare una sorta di razzismo nei confronti degli automobilizzati come chi mi precede, a tutti i costi), a questo cafone della strada il piede lo porgerei ben volentieri, ma con tutt’altra finalità.
Finalmente un tratto senza mezzi in discesa che mi permette lo scatto per superare di potenza l’invidioso (perché lo so: è solo questione di invidia, la sua) e “hai visto Amore? Anche lo stronzo è lasciato indietro!…” commento con il sellone vuoto.
E subito la penso: penso a quanto le sarebbe piaciuto godere di questo sole, di questa strada, del vento che sto lasciando passare dalla visiera aperta, tanto la velocità è bassa, ed è bello il vento sul viso.
E penso a quanto sarebbe stato bello il suo sorriso illuminare il suo casco.
Arrivo in cima, sul passo, rallento, fermo, cerco il folle, appoggio la moto al cavalletto, aspetto un attimo, per farlo, quasi dovessi far scendere l’anima che mi accompagna dal sellone posteriore, poi corico la due ruote sul lato sinistro e smonto anch’io. Un breve sguardo al sellone. No, proprio non c’è. Porca….
Mi guardo attorno, guardo il cippo che segna l’altitudine del passo, le altre moto parcheggiate lì attorno, le biciclette. I miei occhi assorbono tutto questo cercando di metterlo in un marsupio della mente in maniera da poterlo poi riportare a lei, per offrirglielo.
Sulla strada il gasteropode cafone viene sorpassato da un altro motociclista che gli rivolge un gesto esplicito a cosa fare di alcune parti specifiche del suo corpo, evidentemente il tizio è recidivo. Penso che dovrò ritrovarmelo anche in discesa, decido allora di lasciar passare un po’ di tempo: l’erba mi aspetta e il cielo sopra è blu.
Ma il sellone è sempre vuoto, e le nuvole e il cielo non hanno lo stesso colore e la stessa morbidezza che avrebbero se quel sellone non fosse stato vuoto.
Lo so – mi dico – dovrei pensare a godere un po’ di più delle sensazioni che questa giornata mi sta regalando, ma il pensiero è una brutta bestia: non fa mai quel che voglio io ma quel che vuole lui. Un po’ come il suo padrone – padrone?!? No, non mi sembra il modo giusto per definire il rapporto tra me e il mio pensiero – è dotato di volontà propria. E non puoi farlo stare zitto.
E allora è meglio lasciarlo parlare, lasciarlo esprimere come sa, e come vuole.
Anche con qualche lacrima per la commozione data dalla bellezza del posto e del momento.
E anche per il sellone vuoto. E anche perché so che chi doveva riempire quel sellone avrebbe goduto per tutto questo, e mi spiace non sia così.
Sarà per un’altra volta, mi dico, sarà per la prossima volta.
Torno alla moto. Il rito della vestizione. I guanti, ben calzati e fissati con il velcro sul polso. Monto a cavalcioni. Mi infilo il casco, faccio scendere la mentoniera, sollevo la visiera e abbasso quell’altra, quella che mi fa sentire pilota ci caccia, quella antisole.
“Andiamo?” Chiedo al sellone posteriore.
“Andiamo!”
Giro la chiave, premo lo starter, “sclock” fa la prima che entra, con dolcezza dò gas e le ruote tornano a cercare la strada.
“Ti amo!” urlo al sellone posteriore.
Poi inizio la discesa.
E mi viene in mente di come la strada sia una metafora della vita: alla fine, se hai chiara una meta, passi attraverso curve, sorpassi, soste, ma alla meta continui a puntare, finché non arrivi. Sorpasso il cafone automobilizzato che si era fermato per un pic nic.
Anche la fortuna fa parte della vita. Inizia l’avvicinamento alla meta, e inizia bene.
Andiamo, Amore.
Il sellone sorride.

 

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