OLIVER BIANCHI

Oliver Bianchi

Oliver Bianchi

Inizia, da questo mese, una rubrica dedicata ad una dozzina di fotografi attivi sia in campo internazionale sia nazionale. Il senso di questa pagina è quello di far conoscere agli appassionati sia tecniche e attrezzature utilizzate per ottenere le immagini che ci fanno emozionare, una volta pubblicate sui magazine specializzati, sia per far conoscere il dietro le quinte del mondo delle corse. Il primo fotografo cui è dedicata la pagina è Oliver Bianchi, “fotografo in pista” da otto lustri e oggi anche (e soprattutto) coordinatore dell’agenzia di fotografi che ha fondato qualche anno fa.

Il Direttore – Paolo Bastoni

 

Come in tanti altri casi analoghi la storia di Oliver Bianchi fotografo di motori è iniziata per caso, con un diciassettenne che iniziava a guardarsi attorno per portare un po’ di soldi in casa e “inciampava” in una grossa agenzia fotografica che operava nel settore auto, un amico comune con i titolari dell’agenzia che fa da intermediario ed ecco il nostro, preso come apprendista, nel gennaio del ’68 ad andare alla sua prima gara: il mitico rally di Montecarlo, senza sapere niente di diaframmi, tempi di esposizione, profondità di campo e sensibilità.

Il giovanissimo Oliver si appassionò subito alla fotografia, il viaggio e i motori facevano già parte delle sue passioni. Passano solo quattro anni ed ecco, nel ’72, la prima grossa soddisfazione: Autosprint lo premia come “fotografo dell’anno”, per una sequenza che oggi Oliver ricorda con un “purtroppo”, si trattò delle uniche foto al mondo della tragica fine di Jochen Rindt a Monza, un tipo di evento con il quale il “fotografo da pista” purtroppo può doversi confrontare e può dover documentare.

In ogni caso la tempestività nell’ottenere questa ripresa fu dovuta ad una delle abitudini tuttora conservate da Oliver: l’essere presente sul punto in anticipo, per essere pronto subito ad essere operativo. A questo proposito il fotografo bolognese ricorda un aneddoto: insieme a lui nella posizione utile a riprendere la tragedia vi era un operatore della RAI che perse la ripresa perché si era dimenticato… di togliere il tappo dall’obiettivo. Tanto si adirò quel professionista che – Oliver racconta – sbattè la cinepresa per terra e letteralmente la distrusse, e si parlava di una cifra attorno ai 25 milioni di oltre quarant’anni fa…

Fotografare lo sport e, in particolare, gli sport motoristici non è semplice, per via proprio della velocità alla quale passano i soggetti, oltre che per la scelta delle inquadrature, dei punti di ripresa più efficaci per ottenere le immagini più coinvolgenti. Negli anni ‘60/’70 non esistevano scuole di fotografia, e nanche tanti professionisti dai quali poter rubare il mestiere che, quindi, si imparava “sul campo” come fece il giovanissimo Oliver, supportato anche da qualche suggerimento dei due titolari dell’agenzia. La gavetta fu quindi costituita da tutti i week end dell’anno passati sulle piste italiane ed europee. Nel motociclismo in inverno non si corre, ma le quattro ruote non si fermano mai, soprattutto allora, dove si inventavano gare in ogni condizione meteoclimatica.

l'Hasselblad di cui si parla nell'articolo con il 500mm., una macchina realmente ingombrante e complicata da usare nella foto sportiva, anche se non confrontata con le più compatte ed ergonomiche reflex digitali attuali

l'Hasselblad di cui si parla nell'articolo con il 500mm., una macchina realmente ingombrante e complicata da usare nella foto sportiva, anche se non confrontata con le più compatte ed ergonomiche reflex digitali attuali

Tra l’altro, a differenza di oggi che esiste una certa standardizzazione dei formati, grazie anche all’alta qualità che la pellicola aveva raggiunto negli ultimi tempi del suo uso e, oggi, del formato digitale, praticamente unico, allora si usava invece indifferentemente il 24×36 ma anche il 6×6, soprattutto per le copertine, per il maggior formato che garantiva una maggiore qualità dell’immagine. E Oliver, con in mano una Hasselblad con il 500mm. fotografia dopo fotografia imparava sia a maneggiare il pesante materiale con rapidità (e chi ha conosciuto la regina delle 6×6 sa che non era la macchina ideale per riprese veloci, soprattutto se ti dimenticavi a casa il mirino con il pentaprisma e dovevi fotografare “al contrario” imparando a scambiare la destra con la sinistra, come accadde a Oliver a Zelltweg), sia a scoprire man mano le migliori posizioni in pista per ottenere le foto più belle.

il pilota cade, la moto vola: questa situazione è potenzialmente rischiosa per i marshall e i fotografi che è bene siano sempre attenti a quel che accade in pista

il pilota cade, la moto vola: questa situazione è potenzialmente rischiosa per i marshall e i fotografi che è bene siano sempre attenti a quel che accade in pista

Parliamo delle difficoltà che un neofotografo oggi incontra in questo tipo di riprese. Oliver sottolinea subito che la prima che si incontra riguarda proprio la possibilità di entrare in pista, avvicinandosi ai migliori punti di ripresa: mentre un tempo vi era un approccio molto più “garibaldino” oggi la possibilità di arrivare alle postazioni è praticamente riservata solo ai professionisti o, almeno, a coloro che vengono accreditati, questo non solo per un problema di qualità del lavoro ma anche per una sempre maggiore [e qualche volta eccessiva N.d.R ] attenzione alla sicurezza. A tale proposito Oliver ricorda un aneddoto accaduto a Varano de Melegari dove due operatori RAI inesperti, voltando le spalle alla pista, non si accorsero dell’uscita di strada di un’auto che ne falciò uno, uccidendolo. Oggi, sebbene le condizioni siano molto più sicure rispetto a quelle di quarant’anni fa, il rischio c’è sempre, anche nel mondo delle moto: ci è capitato più volte vederne una attraversare tutto lo spazio di fuga fino a volare aldilà delle protezioni con il rischio di investire marshall e operatori.

Oliver ci ha detto di aver iniziato a lavorare sulle competizioni automobilistiche, ma quando è stato il suo passaggio alle moto?

“Beh, iniziamo con il dire che io preferivo comunque le moto alle auto, ma l’agenzia con la quale ho iniziato seguiva solo gli eventi automobilistici. Verso il 1975 Motosprint mi chiese di seguire il mondiale e io a mia volta chiesi all’agenzia di affacciarci anche al mondo delle moto, ma loro non se la sentirono.

Oliver non ha mai abbandonato del tutto il mondo delle auto, almeno nell'ambito della pubblicità o dell'editoria: questa foto di qualche anno fa che abbina Mercedes e Ducati è stata vista da milioni di persone

Oliver non ha mai abbandonato del tutto il mondo delle auto, almeno nell'ambito della pubblicità o dell'editoria: questa foto di qualche anno fa che abbina Mercedes e Ducati è stata vista da milioni di persone

“Nel 1980 decisi di staccarmi dall’agenzia con la quale avevo lavorato fino a quel momento, mantenendo buoni rapporti perché mi dedicai solo alle moto e non alle auto. Poi, dal 1982, aprii la vera agenzia Oliver insieme a Lucia, mia moglie che mi era sempre stata collaboratrice, grande braccio destro, sul piano dirigenziale, su quello commerciale e… in pista, come fotografa. Oggi ho circa una decina di collaboratori con i quali riesco a coprire completamente la gara, disponendoli in vari punti della pista per avere le immagini di tutte le situazioni, di tutte le posizioni di tutti i piloti.”

Una breve digressione, con la curiosità stimolata da questa dichiarata preferenza per le moto piuttosto che per le auto: Oliver Bianchi è stato anche pilota di moto, anche se non agonistico?

“A 16 anni avevo una moto carenata, una BM Testarossa, mi sarebbe piaciuto fare qualche gara ma non ne avevo le possibilità quindi dovetti accontentarmi di fare qualche giro con gli amici, e basta. Diciamo che il sogno si è coronato con mia figlia, che non avrei mai creduto, forse per un pregiudizio, perché donna, che potesse correre in moto, e questo mi ha dato una grande soddisfazione, anche perché sta avendo dei buoni risultati e, seguita un po’ meglio, potrebbe rendere ancor di più, sono due anni che corre nel CIV dando la paga a molti uomini, adesso speriamo che nelle prossime stagioni riesca ad essere in un team che le dia più possibilità di allenarsi e di diventare quindi più performante risalendo posizioni nel ranking.”

Rebecca, la campioncina di casa Bianchi, fotografata in gara dal suo papà

Rebecca, la campioncina di casa Bianchi, fotografata in gara dal suo papà

Ecco, Rebecca, la figlia diciottenne di Oliver e Lucia, che li ha seguiti nella loro professione, nel paddock fin da bimba per arrivare a maneggiare anziché una macchina fotografica, come ci si sarebbe potuto aspettare, la manopola del gas e la leva del cambio di un centinaio di cavalli su due ruote. Oliver, fotografo di moto e genitore, come ha preso questa vocazione, questa passione, e come la vive oggi, con la consapevolezza dei rischi comunque insiti in questa attività, dopo tanti episodi drammatici visti e immortalati sulla pellicola o su un chip?

una piccolissima Rebecca Bianchi fotografata dal papà Oliver in braccio a Lucio Dalla in un servizio che presentava l'Aprilia Motò

una piccolissima Rebecca Bianchi fotografata dal papà Oliver in braccio a Lucio Dalla in un servizio che presentava l'Aprilia Motò

“Eh, Rebecca è proprio cresciuta nel paddock perché io e mia moglie non abbiamo avuto la possibilità di affidarla a dei nonni. Io credevo che sarebbe diventata anche lei fotografa, invece le nasceva la passione per le moto: un giorno a Varano – io e mia moglie eravamo in sala stampa, Rebecca aveva sette anni – l’abbiamo vista passare su un motorino monomarcia, io sono rimasto stupito perché lei non sapeva andare in moto. Grazie a Stefano Crescendi, un nostro amico che aveva il figlio che correva, che le ha spiegato due cose sull’acceleratore, il freno, la messa in moto, lei è salita su una moto e non ne è più scesa.

“La passione di Rebecca, una delle cose che ci hanno convinto su di lei, è successa quando aveva nove anni: per Natale le avevamo fatto trovare sotto l’albero una minimoto e lei ha iniziato ad andare a letto portandosela con sé al posto della Barbi.

“Riguardo ai rischi di incidenti io sono molto fatalista, spero non succeda mai, naturalmente, ma credo che se debba succedere succeda anche solo se vai a far la spesa sul motorino, anzi, devo dire che molti, tra i piloti che se ne sono andati, è capitato fuori dalle gare. Rebecca stessa me lo ha dimostrato cadendo in gara, facendosi anche abbastanza male, quindi risalendo e facendo tempi ancora migliori, il che significa che paura non ne ha avuta più di tanto.

Torniamo a parlare di fotografia passando alle scelte di stile, al come realizzare le foto, quali attrezzature, quali inquadrature: prima di tutto Oliver tiene a precisare una cosa che può sembrare scontata ma, in fondo, non lo è: “per fare questo lavoro non è sufficiente aver la passione delle moto, o quella della fotografia, servono tutte e due. Ho visto ragazzi appassionati delle corse che non sanno come riprendere le moto, per esempio. La passione serve perché ti aiuta a prevedere le reazioni della moto, ma devi anche conoscere le regole della fotografia per ottenere i migliori risultati”.

Iniziamo dalle basi: quali attrezzature consiglia Oliver? “Mah, oggi vedo in giro la moda del cavalletto usato con ottiche anche solo di 200mm., il cavalletto ha la sua utilità solo con ottiche oltre il 300mm. e, eventualmente, con il monopiede.

“A proposito del monopiede io credo sia meglio usarne uno più corto, da non poggiare in terra ma sull’addome, con una cintura speciale, che può essere anche autocostruita, questo per essere meno rigidi e più fluidi nel seguire la corsa della moto.

“Riguardo a quali ottiche usare la borsa del fotografo di eventi motoristici deve essere abbastanza capiente: oggi le piste hanno ampi spazi di fuga ed è difficile trovarsi sufficientemente vicini al tracciato, quindi useremo ottiche tra il 300mm. e il 500mm., tra l’altro, con le possibilità offerte dal digitale è anche superfluo avere ottiche molto luminose, al posto di un f1:2,8 può andar bene anche un f 1:4,5. Oltre a questo, vista la maggiore qualità delle ottiche moderne, si può pensare anche di abbinare le ottiche ad un buon duplicatore di focale. Questo per la pista, poi però bisogna avere anche un grandangolare per il paddock, uno zoom va benissimo, per esempio un 17-35mm.

Oliver Bianchi nel paddock con due macchine: una con un teleobiettivo (probabilmente un zoom 80-200) e l'altra con il grandangolare 17-55 che usa nei box e sulla pit lane

Oliver Bianchi nel paddock con due macchine: una con un teleobiettivo (probabilmente un zoom 80-200) e l'altra con il grandangolare 17-55 che usa nei box e sulla pit lane

“Parlando di macchine oggi sono tutte valide, soprattutto le più usate dai professionisti della foto sportiva: le Nikon e le Canon. Io ho iniziato con Nikon, poi, quando la Canon ha iniziato a fare una politica interessante nei confronti dei fotografi sono passato a questa, che uso tutt’oggi, anche se poi Canon ha abbandonato questo atteggiamento nei confronti dei professionisti, inizialmente utilizzati  come testimonial, mentre oggi si possono solo ottenere piccoli sconti che, alla fine, risultano perfino inferiori a quelli che qualunque dilettante può ottenere in qualunque buon negozio.”

Parliamo adesso delle inquadrature: a Oliver chiediamo quali siano i punti di vista che piacciono di più al pubblico, che siano i giornali, gli appassionati o gli stessi piloti.

“Io, con i collaboratori della mia agenzia, offro al committente, chiunque esso sia, giornale, pilota o sponsor, una serie di punti di vista diversi e completi, nella documentazione della moto: di fianco, di tre quarti in piega, frontale, eccetera… in realtà ai piloti abbiamo visto che l’inquadratura che piace di più è quella frontale o a te quarti, in piega, con il ginocchio a terra. A livello commerciale quella, ovviamente, che interessa di più è quella laterale nella quale si possono vedere tutti gli stick degli sponsor. Che sono sempre più indispensabili per continuare a correre.”

Oliver, nel corso della sua carriera, ha dovuto fare quello che tutti i fotografi che hanno iniziato la professione nel secolo passato hanno dovuto fare: affrontare il passaggio epocale dalla fotografia analogica a quella digitale, la domanda quindi, legata a questo particolare tipo di utilizzo, riguarda le differenze – se ce ne sono state – tra i due differenti processi.

“Prima di tutto – esordisce Oliver – voglio sottolineare i volumi di lavoro che dovevo affrontare con la pellicola: per una quindicina di anni alla fine di ogni gara mi trovavo a dover sviluppare un centinaio di rulli di diapositive e in bianco e nero per poter dare ai giornali le foto entro la mezzanotte, quindi nei giorni successivi c’erano da stampare su carta tutte le foto da mandare ai piloti, 2500-3000 alla settimana, in definitiva mi trovavo ad acquistare da Fuji 7-8000 rulli all’anno, che significavano 70-80 milioni, insomma, ero un ottimo cliente per la casa giapponese.

una delle inquadrature preferite dai piloti: in piega, ginocchio a terra, nella foto ancora la figlia Rebecca impegnata in gara

una delle inquadrature preferite dai piloti: in piega, ginocchio a terra, nella foto ancora la figlia Rebecca impegnata in gara

“Passando ai vantaggi-svantaggi direi che il primo è quello della velocità nella produzione dell’immagine che è oggi possibile mandarla direttamente al giornale appena scattata. Questo aspetto però, per noi fotografi, rappresenta anche uno svantaggio: i giornali si aspettano, appunto, tempi sempre più stretti per ricevere le immagini, anche se poi magari loro le maneggiano molto dopo averle ricevute. Questo sta creando molti problemi alla nostra categoria: siamo costretti a lavorare molto più rapidamente, abbiamo visto scendere i nostri compensi in maniera drastica ma continuiamo ad avere dei costi rilevanti, oggi chi fa questo per lavoro ad un certo livello si trova ad avere 20-30000 euro di materiale in borsa a fronte di compensi che rappresentano il 10-20% di quanto ci veniva riconosciuto solo pochi anni fa.

Per concludere chiediamo ad Oliver qualche suggerimento da dare ad un giovane che, appassionato di moto e di fotografia, volesse intraprendere questo lavoro.

“Premetto che in questo periodo sconsiglierei a chiunque di intraprendere questa strada, ma non solo perché il lavoro non lo trovi ma soprattutto perché non ti pagano: è invalsa questa brutta abitudine: alle tariffe esigue si accompagna spesso il pagamento ‘a babbo morto’, nel migliore dei casi, o addirittura il non pagamento e, visto che per lavorare con risultati professionalmente accettabili, come dicevo prima, è necessario acquistare attrezzature del valore di parecchie migliaia di euro va sa sé che non è possibile camparci.

“Detto questo l’unico suggerimento che mi sento di dare è avere tanta buona volontà, avere le spalle ben coperte, sia perché è difficilissimo iniziare presto a guadagnare, sia per lo start up che richiede – appunto – l’acquisto di attrezzature costose.

una foto di Oliver Bianchi di un motociclismo di altri tempi: Marco Lucchinelli (5) e Freddie Spencer (3) in battaglia in una gara degli anni '80

una foto di Oliver Bianchi di un motociclismo di altri tempi: Marco Lucchinelli (5) e Freddie Spencer (3) in battaglia in una gara degli anni '80

“Ma voglio ancora sottolineare che oggi, con il digitale, è diventato davvero difficile lavorare perché i giornali accettano le immagini di dilettanti, magari scattate dalle tribune, che le offrono gratuitamente con l’unica contropartita di vedere il proprio nome pubblicato. Questo, purtroppo, ha abbassato drasticamente la qualità delle pubblicazioni da un lato e ha reso sempre più difficile, per un professionista, operare, questo è oggi lo stato dell’arte della professione del fotografo negli sport motoristici.”.

 

il sito dell’agenzia di Oliver Bianchi: www.oliverfotoagenzia.it

 

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