RENATO RONCONI, ROMAGNOLO E APPASSIONATO

 

Renato Ronconi in pista, con un "cannone"

Renato Ronconi in pista, con un "cannone"

“Innanzitutto sono arrivato alle gare in moto, da bambino, quando mi portò mio padre…” così inizia la lunga chiacchierata con un fotografo che si può dire vero veterano delle piste italiane e internazionali, Renato Ronconi, che ha iniziato a calpestare l’asfalto delle competizioni dalla metà degli anni ’50 quando – appunto, ancora bimbo – suo papà iniziò a trasmettergli quel germe che porta invariabilmente i romagnoli verso i motori portandolo a Faenza a vedere  la “Coppa delle Ceramiche” (era un periodo che poteva contare su 60000 appassionati che assistevano alla Coppa delle Nazioni) che si correva su una pista stradale in funzione fino alla fine degli anni ’50, e la “malattia” fu inoculata tanto che, dalla fine degli anni ’60, finalmente titolare della patente di guida, Renato poté girare tutti i circuiti cittadini dell’epoca – Riccione, Milano Marittima, Cervia, Rimini… – per assistere a quello spettacolo che ormai l’aveva preso.

Il nostro, non ancora fotografo, in moto ci andava anche, non per correre, ma usandola solo come mezzo per farsi giri domenicali con la sua Ducati Scrambler 450 prima e un Honda 350 four in seguito. D’altra parte, guidatore prudente, i suoi giri tendeva a farseli da solo visto che quando si è in gruppo si sa che uno tira l’altro finché non si inizia a correre e a fare imprudenze, mentre Renato, che aveva iniziato a lavorare, sapeva che non poteva permettersi incidenti, non solo per gli eventuali costi per la riparazione del “motore” ma anche, proprio, per non doversi fermare lui, come convalescente di qualche infortunio stradale.

Niccolò Canepa in impennata

Niccolò Canepa in impennata

Così Renato Ronconi in versione centauro durò, tutto sommato, poco, e anche quando – ormai entrato nel giro delle corse – qualche amico gli proponeva il prestito della sua moto lui rifiutava, in questo caso anche perché sentiva la responsabilità di avere in mano un mezzo che all’amico generoso serviva per correre e non poteva fermarlo per un incidente.

Anche verso gli obiettivi e le pellicole la passione è iniziata presto, negli anni ’60, a quattordici, quindici anni, agli inizi degli anni ’70, poi, acquistò una Canon e un MTO 500, un fantastico catadiottrico russo con la montatura a vite con il passo Leica 39×1, che richiedeva un adattatore per essere montato sulla reflex giapponese. I catadiottrici, come tutti sanno, non offrono la possibilità di modificare il diaframma, a causa della particolare costruzione ottica, e l’MTO aveva diaframma fisso f 1:8, il che richiedeva in ogni caso una mano fermissima ma anche così l’utilizzo di pellicole dall’alta sensibilità che in quel periodo significava anche dalla “grana” grossa e fastidiosa: quello che oggi, con la fotografia digitale, è il “rumore” del file causato dall’alto numero di pixel impiegati, allora era causato dalle dimensioni degli alogenuri d’argento che, stesi sulla pellicola, registravano la luce e, di conseguenza, l’immagine. Tanto più grandi era questi alogenuri, tanto più sensibile era la pellicola ma anche tanto più disturbata da questa “grana”.

nella splendida foto di Renato Ronconi un Marc Marquez in versione... acrobatica

nella splendida foto di Renato Ronconi un Marc Marquez in versione... acrobatica

I primi passi furono, logicamente, da amatore, finché, frequentando il paddock, non conobbe Romolo Balbi, pilota attivo negli anni ’80, che lo mise in contatto con l’agenzia di Oliver Bianchi con il quale iniziò subito la collaborazione, andando a seguire la sua prima gara da professionista “ufficiale” a Magione e facendo coppia fissa con Oliver arrivando a seguire un po’ tutte le gare, compresi mondiale Superbike, MotoGP (che allora non si chiamava così), Campionato Europeo, fino ad affrontare una sfida con sé stesso dedicandosi qualche anno, nei periodi che le due ruote gli lasciavano liberi, alle gare delle quattro ruote fuoristrada, con i contatti presi direttamente con la federazione, questo per sei sette anni della sua attività.

un "trenino" guidato da Carlos Checa nel mondiale Superbike

un "trenino" guidato da Carlos Checa nel mondiale Superbike

Passiamo a parlare dell’attrezzatura di Renato: dopo gli inizi semiamatoriali, quando ha davvero cominciato a percorrere le piste con Oliver è passato ad un paio di Canon F1 NEW, allora il top della casa giapponese, con una serie di ottiche dal 20mm al 200mm 2,8 e un luminoso 500mm 4,5, corredo rimasto fino al passaggio al digitale, quando Canon impose il cambio delle ottiche in quanto – a differenza di Nikon – cambiò il bocchettone di innesto delle ottiche, oggi l’attrezzatura personale di Renato – che è rimasto tra l’altro vittima, recentemente, di un furto di parte dell’attrezzatura – consiste in una Canon Mark IIn, un 300mm. f 1:4 con il moltiplicatore, uno zoom 24-70mm e un 17-200mm stabilizzato Sigma andato a sostituire un 35-350mm che ha fatto parte dell’attrezzatura che gli è stata rubata.

una fase di una caduta: il pilota guarda la sua moto andarsene senza di lui...

una fase di una caduta: il pilota guarda la sua moto andarsene senza di lui...

Oggi Renato, quando è in pista per l’agenzia di Oliver Bianchi, usa le attrezzature dell’agenzia, tutte Canon mark IIn, passando invece a “come” usa fotografare, anche lui conferma di non fare raffiche ma realizzare, normalmente, un solo scatto, lavorando naturalmente con l’autofocus ed esposizione automatica, le possibilità di più scatti realizzati con una cadenza veloce la usa raramente, ma mai più di un paio e solo quando il pilota si presenta in determinate posizioni più critiche, ma nella maggior parte delle situazioni, quelle delle immagini più ricercate e apprezzate, con il pilota in curva, in piega, sia sul fianco sia di tre quarti, per ottenere l’immagine “buona” gli è sempre sufficiente un solo scatto.

ecco Valentino Rossi finito nell'obiettivo di Renato

ecco Valentino Rossi finito nell'obiettivo di Renato

Riguardo all’uso del monopiede anche Renato si iscrive tra coloro che ne fanno uso, pure lui non con la gamba a terra ma appoggiata alla “fondina” in cintura, in maniera che sia solidale con il fotografo stesso e possa aiutarlo seguendone il movimento per intercettare il pilota.

Ma che cosa muove questo appassionato, ancor oggi, dopo tanti anni che fa questo lavoro dedicando un week end dopo l’altro, nella bella stagione, a percorrere le piste italiane ed europee affrontando i viaggi per gli spostamenti?

“Questo lavoro deve avere la passione, come base: fotografare in pista continua a piacermi, mi diverto ancora, continuo finché mi dico ‘voglio fare’, quando inizierò a dirmi ‘devo fare’ smetterò, oggi, a parte Oliver, non c’è nessuno che faccia solo questo lavoro, io per esempio nella vita ‘normale’ faccio il carrozziere. Del resto per fornire un servizio professionale bisogna fare come Oliver: presentarsi in pista con cinque sei operatori in maniera da poter realizzare immagini in tutte le situazioni: in piega destra e sinistra, di tre quarti, laterale, frontale, eccetera, e oggi c’è solo lui che possa garantire una qualità di lavoro ad alto livello.

 

un po' di gossip in pista: Belen con Nicky Hayden

un po' di gossip in pista: Belen con Nicky Hayden

“Un ragazzo che voglia, oggi, iniziare a fare questo lavoro si trova ad affrontare difficoltà maggiori, rispetto ad una volta” ma Renato mette come primo paletto la passione “prima di tutto devi conoscere il motociclismo e ti deve piacere, e in più ti deve piacere anche la fotografia, queste sono le condizioni fondamentali, perché questo lavoro in fondo è pesante, ottiche e macchine sono pesanti da maneggiare, stando in pista per molte ore, e io ho visto, nel tempo, ragazzi anche molto più giovani di me, che sono nato nel 1950, arrivare ad iniziare a fare questo lavoro e poi sparire.

“In più accedere alla professione è più difficile perché per avere un accredito devi dimostrare di avere già del pubblicato, è un po’ un gatto che si morde la coda.”

Renato è uno di quei personaggi bravi nel loro mestiere ma anche dotato – nonostante la bravura – di un inconsueto livello di umiltà, lo capisci quando afferma di non essere in grado di insegnare qualcosa ad un ragazzo che voglia iniziare, lo capisci quando ti parla con deferenza degli insegnamenti che lui stesso ha ricevuto, agli inizi, da Oliver, nei cui confronti la sua ammirazione è tangibile.

Ecco, se c’è qualcosa che Renato senz’altro può insegnare ad un ragazzo che dovesse decidere oggi di affrontare questa professione è proprio questa umiltà, questo atteggiamento che lo porta ancor oggi a guardare con occhio attento tutte le fotografie, non solo quelle realizzate in pista, per apprendere, per scoprire modi nuovi di guardare attraverso l’obiettivo. La tecnica la puoi sempre imparare…

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