DAVIDE BIANCHI, UN FOTOGRAFO 2.0

Davide Bianchi mentre fotografa i piloti in griglia

Davide Bianchi mentre fotografa i piloti in griglia

Ha un solo anno di differenza da Valentino – e non c’è bisogno di specificare di quale “Valentino” si tratti – e, come tutti da queste parti, ha il suono dei motori nel DNA. Di moto ha iniziato ad interessarsi da subito, dai 13 anni quando ha avuto la sua prima moto e, in eredità dal papà, la passione per le corse, e la vicinanza di Cesena con Tavullia ha forse fatto il resto: il “Dottore” vinceva le sue prime gare e Davide lo seguiva, giovanissimo appassionato.

La macchina fotografica è arrivata quattordici anni dopo, a 27 anni, con un corso di tre mesi fatto “per imparare ad usare una reflex, per avere il controllo dell’immagine come con una compatta non è possibile”. “Ma come sei arrivato alla fotografia, cosa ti ha spinto?” è la ovvia domanda, e la risposta è assolutamente disarmante nella filosofia della sua semplicità: “per fermare quell’attimo nell’eternità”, e da questo momento la chiacchierata con un fotografo dell’ultima generazione per conoscerne le tecniche e le inquadrature preferite si trasforma in qualcosa di diverso, in una discussione sulla semantica della fotografia, una analisi di una passione – anzi! – di due passioni che si sono unite, anche se ognuna delle due vive anche di vita propria, e la passione e la professione di Davide si fondono e si confondono.

Ma andiamo con ordine.

La caratteristica di Davide Bianchi è la semplicità, ed è in questa maniera che ti racconta la sua storia di fotografo, uguale forse a quella di tanti altri ma che contiene – e si sente – quei germi della passione vera, come quella per il “mutor”.

Valentino Rossi, su Ducati, a Misano

Valentino Rossi, su Ducati, a Misano

Dopo il corso – dice – inizia a farsi strada l’idea che la fotografia possa essere la sua professione, inizia a collaborare con un fotografo della zona andando a scattare nelle feste negli alberghi: gli hotel della sua zona, una volta alla settimana, organizzano come intrattenimento una festa tipica, e Davide è incaricato di immortalarne le scene, le moto e le piste sono ancora lontane un altro anno.

Davide e le ombrelline

Davide e le ombrelline

L’anno è il 2003-2004 e l’incontro fatale è con l’onnipresente Oliver Bianchi – omonimo ma non parente – e la sua scuderia di ottimi fotografi che schiera nei più importanti appuntamenti motoristici nazionali. Alla base del primo contatto, come in una storia da rotocalco, una donna: la ragazza di Davide che, in quel periodo, era una dipendente dell’agenzia del fotografo bolognese. Davide inizia a seguirla sulle piste, inizia a vedere come si usa Photoshop, inizia a respirare l’aria del paddock. Inizia quindi a fare i primi scatti, ai podi, in griglia, fino a che inizia a scattare anche in pista, dopo aver comunque visto passare centinaia di immagini da scegliere al computer, da correggere, da ottimizzare, e vedere le immagini di altri professionisti è stata per Davide una grande scuola per capire quale sia l’attimo “giusto” per congelare un istante, per “consegnarlo all’eternità”.

L’approccio professionale di Davide alle piste è durato due anni: nel primo si è limitato a seguire quanto faceva la sua ragazza, ad imparare a scegliere le foto, ad usare il programma di fotoritocco, il secondo anno, dopo che la sua ragazza aveva deciso di licenziarsi, Oliver diede a lui il suo lavoro e così iniziò ad affiancarlo prima solo per le incombenze di post produzione, quindi per i primi scatti delle premiazioni fino alla “promozione sul campo”.

ancora Valentino dopo il ritorno in Yamaha

ancora Valentino dopo il ritorno in Yamaha

Nel frattempo la professione per Davide aveva iniziato anche a declinarsi nel suo negozio, nei matrimoni, nelle cerimonie, nei ritratti e, in generale, in tutte quelle attività che coinvolgono un professionista. Ma facciamo un passo indietro, anzi di lato, e parliamo di moto: Davide Bianchi, oltre che fotografo di moto è motociclista pure lui?

“Sì, come dicevo prima ho sempre avuto la moto” “lo scooter?” lo interrompo io sapendo che usa quel mezzo sovente per raggiungere i circuiti “no! Lo scooter non è una moto” dichiara lapidario “ho una GSXR 750 e prima un CBR 600. Ho anche girato in pista, a Imola, a Misano, ma senza rilevare i tempi perché erano prove libere, in ogni caso su una quarantina di piloti che eravamo in pista erano solo cinque o sei quelli che mi stavano davanti…”

il Sic, nella foto di Davide Bianchi

il Sic, nella foto di Davide Bianchi

“Domanda d’obbligo: ma non ti è mai venuta la voglia di iscriverti ad un campionato?”

“eh sì, avevo 18, 19 anni, vedevo che camminavo e la voglia c’era, il problema, attuale anche oggi per molti, erano i costi da sostenere…

“già in un turno di prove libere, tra iscrizione, gomme, benzina, spostamenti ti partono un migliaio di euro, e potevo permettermelo un paio di volte all’anno…”

ancora Marco Simoncelli, sulla pista di Misano

ancora Marco Simoncelli, sulla pista di Misano

Cambio discorso: con la domanda successiva cerco di capire quale posto occupi la foto in pista tra i vari generi che affronta come professionista.

“Beh, la foto delle gare resta la principale passione anche se non è la principale fonte di reddito…”

“E per te la foto perfetta come deve essere?”

“La foto perfetta deve essere ancora scattata”

“Quindi in pista qual è la situazione che ti piace di più riprendere?”

“Non è facile da dirsi: la foto che mi piace di più in pista è quella che mi racconta cosa sia stata quella gara, parlo specificatamente della gara, non delle prove: in prova puoi ottenere una foto bellissima ma hai sempre il pilota da solo, singolo, preferisco quindi la foto in gara che con un clic possa rappresentare il riassunto dell’evento, tipo un sorpasso, un contatto in seguito al quale si è determinata la storia di quella gara…”

Passando a parlare di attrezzature si presenta la classica dicotomia Nikon-Canon: l’attrezzatura personale di Davide è della casa gialla, ma in pista usa l’attrezzatura dell’agenzia di Oliver – per omogeneizzare i risultati dei vari fotografi – che è, appunto, Canon. La sua attrezzatura personale si compone di due corpi – una D3s e una D 300 – di tre zoom, il 17-35 f2,8, il 28-70 f 2,8 e il 70-200 f 2,8, quindi un 50 f1,8, tutto Nikon, poi ho un fisheye Sanyang.

una violenta staccata di Valentino Rossi

una violenta staccata di Valentino Rossi

Finora i fotografi con i quali ho parlato usano tutti il monopiede appoggiato in cintura, in vita, Davide invece l’ho sempre visto usare il monopiede a terra, gliene chiedo la ragione

“Siamo solo in tre o quattro ad usare il monopede a terra, quando ho iniziato tutti mi sconsigliavano, mi dicevano che ero più libero tenendolo in cintura anche se era un po’ più pesante, ma io ho voluto provare: undici ore con sei-sette chili di macchine fotografiche addosso sono comunque pesanti, anche se il peso lo scarichi sulla colonna vertebrale, con il cavalletto in cintura, e allora ho voluto vedere se non potevo riuscire lasciando proprio tutto il peso a terra. Io, per ottenere il risultato che voglio, tengo la testa del monopiede sbloccata, non fissa, così riesco a seguire bene il movimento su tutti gli assi. In ogni caso il monopiede lo uso solo con il 300mm f2,8 o con il 500mm.”

“Qual è, secondo te, la foto più difficile da fare?”

un'impennata di Jorge Lorenzo

un'impennata di Jorge Lorenzo

“Per me è quando la foto viene verso di te, vista la velocità ci vuole un niente perché vada fuori fuoco, e la profondità di campo è ridotta e non sempre l’autofocus dinamico riesce a seguire il soggetto…”

Chiacchierare con Davide, ascoltare la sua visione della fotografia professionale – che lui ha scelto, a differenza di altri nel circo dei 300 kmh, come unica attività – è interessante, perché fa parte di quella generazione nata praticamente con il digitale, anche se lui ha avuto modo, i primissimi tempi della sua attività, di usare ancora la pellicola. Tra l’altro il suo parere rimane positivo anche riguardo la possibilità in incentivare altri ragazzi ad intraprendere questa professione, nonostante le difficoltà che ormai questo mondo presenta, e propone, come esempio, l’onnipresente Oliver che dà la possibilità anche a ragazzi di provare a cimentarsi in pista con macchina e teleobiettivo per vedere se c’è la stoffa dietro ad un semplice appassionato.

Comunque, anche con Davide, la cosa che emerge è che per poter fare questo lavoro con risultati all’altezza delle aspettative della committenza – che sia l’editoria o direttamente i piloti stessi – sono senz’altro indispensabili due passioni, egualmente forti, quella per la fotografia e quella per le due ruote, e Davide, senz’altro, dai suoi risultati ha già ampiamente dimostrato di averle nel corso del sua, per ora, ancor breve carriera.

 

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