MOTO E CALCIO, STORIA DI DENARI E COMPETENZA

L’ultimo editoriale si intitolava “aprile, si riprende”. Evidentemente l’ottimismo era eccessivo, in effetti l’oda lunga degli eventi che mi hanno tristemente coinvolto quest’inverno non è ancora finita, e così – sebbene altre parti del giornale siano “andate avanti” questa, così come buona parte del magazine, in realtà, fatica a riprendere.

E allora lasciate che mi limiti a rendere questo editoriale, scritto a giugno ormai inoltrato, una sorta di saluto a voi lettori che, nonostante tutto, continuate a leggerci e a seguirci.

Mi si conceda una piccola digressione in un (impossibile) confronto tra calcio e motociclismo: la nostra nazionale è stata appena buttata fuori ingloriosamente dal contest internazionale (ed è la seconda volta consecutiva) mentre nel motociclismo agonistico stiamo vivendo una stagione decisamente entusiasmante, dal Campionato Italiano su su fino ad arrivare alle vette della MotoGP con (il solito) Valentino Rossi che, oggi come oggi, sembra l’unico in grado di dire qualcosa contro lo strapotere del “piccolo” Marquez.

E allora lasciatemi fare due considerazioni: una economica ed una di merito nei confronti della tifoseria italiana, in generale.

Parliamo di soldi. Pensiamo ai miliardi che si portano a casa i pedatori nostrani, bravi o meno che siano, allenatori compresi (e sto pensando a Capello che mi dicono il più ricco nella sua categoria). Pensiamo a quanti di questi presunti atleti possono permettersi di tutto di più ricevendo emolumenti  che li possono far equiparare ad una media impresa, pensiamo che con un centesimo dello stipendio – a quanto pare mal guadagnato – di uno di costoro si può garantire una stagione agonistica “normale” ad uno dei tanti giovani e giovanissimi che si affacciano sulle griglie di partenza del CIV, o del Campionato Europeo. Oggi una stagione “normale” (che significa anche “competitiva”) costa almeno una trentina di migliaia di euro, tra set di pneumatici, iscrizione alle gare, carburanti, trasferimenti, alberghi… Soldi che gli sponsor oggi sono sempre meno disponibili a garantire, a causa della nota congiuntura economica che stiamo affrontando.

Il che significa che i vari Faccani, Caricasulo, Dalla Porta, Calia devono avere molta fortuna e molta abilità nel racimolare i denari che servono a pagare le loro stagioni, per riuscire ad emergere e mostrare al mondo le loro qualità.

Va doverosamente segnalato il solito Valentino Rossi con la sua meritoria iniziativa che lo ha portato a mettere in piedi il proprio team-nursery per valorizzare e far crescere campioncini che, con altre amministrazioni, stentavano ad emergere, e grazie al suo nome, invece, i soldini e le risorse tecniche riescono a saltar fuori.

Ma, per questi pochi nomi che oggi si stanno mettendo in evidenza in un Campionato Italiano che non era così bello da anni, quanti sono quelli che hanno dovuto rinunciare a poter correre tutta una stagione – e sto pensando ad una giovanissima Rebecca Bianchi, lasciata a metà del guado da un paio di sponsor che prima hanno promesso e poi non mantenuto, con i problemi tipici di tutti i giovani nella sua condizione: poca possibilità di correre e provare per carenze economiche, così che si trovano sulle piste solo per le prove ufficiali delle gare, senza aver potuto fare tutte le altre cose che oggi servono alla preparazione di un pilota moderno: fare test continui anche fuori stagione, correre anche nel cross – ottimo allenamento – così che, come un gatto che si morde la coda, non riescono poi a fare risultati interessanti e quindi hanno pochi strumenti per attrarre gli indispensabili sponsor. E basti pensare, più in grande, ad un certo Romano Fenati che con la cura “Valentino Rossi” in questa stagione sembra deciso a far rimangiare a tutte le cassandre che lo davano già per finito prima ancora che potesse davvero iniziare tutte le malevolenza che lo volevano fuori dai giochi.

Questo per quanto riguarda i denari.

Parliamo poi dei “tifosi”, e ho virgolettato di proposito la parola: mi piacerebbe poter fare un bel censimento tra tutti coloro che portano un berretto giallo con il numero 46 sulle gradinate dei vari circuiti dove si corre la MotoGP per chiedere loro quanti – realmente – hanno o usano una moto (e qui, senza voler fare il solito discorso razzista nei confronti degli scooter, voglio parlare di “vera” moto, quella dove le marce le inserisci con il pedale…), quanti abbiano mai provato a fare una piega o una frenata al limite (non voglio neanche definirla “staccata”, termine che riservo alla pista…).

E questa ignoranza, nel senso più stretto, la verifichi nei commenti e negli attacchi cui Valentino è stato sottoposto negli anni Ducati e nel primo anno Yamaha: “è scoppiato”, “è vecchio”, fino ad arrivare ai ben più ingenerosi “è solo un bluff”, “vinceva perché aveva la moto migliore, perché non c’erano avversari all’altezza” e via invelenendo…

E invece, con tutto il rispetto per il nuovo campioncino spagnolo (emerso, come tutta la nidiata iberica, grazie alle diverse e migliori condizioni cui possono godere i pilotini che vengono da là), il “dottore” di Tavullia, in questo primo scorcio di stagione, sta dimostrando di aver ripreso pieno possesso della Yamaha che lui stesso aveva trasformato, in una sola stagione, da cancello inguidabile a moto vincente, quando era sceso dalla sella della Honda, e tutto questo nonostante gli anni che avanzano e – probabilmente – anche qualche strascico psicologico del suo incidente e di quello che lo ha purtroppo visto coinvolto con il Sic.

E qui il cerchio si chiude: da questa tifoseria pronta ad osannare il campione di turno salvo il fatto di svillaneggiarlo non appena scende dal podio a quella che è tanto pronta a salire sul carro della nazionale di calcio nel caso di vittoria quanto ad azzannarla, senza conoscere peraltro le fatiche e i sacrifici che una vita da atleta professionista richiede (per quanto fin troppo ben strapagate) il passo è breve.

Dove conducono queste considerazioni gettate là, un po’ a caso? Solo a riflettere sul fatto che sarebbe necessaria una miglior ripartizione dei denari che entrano nel mondo dello sport in maniera da poter creare – a qualunque livello e per qualunque disciplina – un vivaio che faccia da serbatoio per le categorie più alte e possa davvero contribuire a far suonare sempre più spesso il nostro inno nazionale sui vari podi internazionali.

Ma anche a quanto sia necessario (e auspicabile) che, anziché di fare gli sportivi davanti ad un televisore, gli italiani – come si suol dire – muovano il culo da divani e poltrone e si mettano a praticare in prima persona quelle discipline che tanto li appassionano. Così, e lo dico con cognizione di causa, potranno non solo parlarne con maggior competenza e obbiettività, ma vedranno anche crescere la propria passione!

Stay tuned, boyz!….

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